venerdì 27 gennaio 2012

Bottiglie nella terra

Nell'orrore concentrazionario si facevano sparire tracce e documenti, si sopprimevano testimoni, si cancellavano le stesse strutture materiali dei Lager. Si distruggevano i corpi, per distruggere i documenti e le fonti per gli storici del futuro. Direttamente contro il cuore di tenebra di questa strategia i membri del Sonderkommando scagliarono le armi della loro disperazione, con tutta la forza che attingevano dall'odio per i loro carnefici.
Ecco perché consegnavano talvolta le loro testimonianze al segreto della terra: gli scavi effettuati intorno ai forni di Auschwitz hanno rivelato - spesso molto tempo dopo la Liberazione - scritti sconvolgenti, quasi illeggibili, di quegli schiavi della morte. Bottiglie nella terra, in un certo senso, tranne che non avevano sempre una bottiglia dove conservare il loro messaggio. Nella migliore delle ipotesi, una ciotola di metallo.

mercoledì 25 gennaio 2012

Italiani nati

Ieri doveva essere il giorno della memoria in rapporto ai tempi del dichiarazionismo a briglia sciolta. Dopo Martone, l'infelice commento di Beppe Grillo sulla cittadinanza a quanti sono nati in Italia da non italiani, a suo dire "senza senso".
Si tratta di una posizione  reazionaria, in quanto rappresenta appunto la reazione protettiva dello status quo rispetto all'apertura di una dimensione più contemporanea di abitare un paese. Il fatto che ci siano bambini italiani di nascita ma stranieri per lo Stato è qualcosa che mi scandalizza profondamente. Implica una discriminazione essenziale tra persone che condividono fin dalla venuta al mondo la stessa origine. Perché un bambino che vede la luce a Roma da genitori italiani e uno che la vede da genitori stranieri dovrebbero avere diritti diversi? Non è sempre la stessa luce? Non sempre la stessa terra?
Ivan Scalfarotto ci fa notare come queste posizioni rappresentino la polpa populista in zona leganordismo di un movimento dalla scorza democratica. Giuseppe Civati ci dà, com'è nel suo stile, ragioni di speranza, sottolineando come i militanti 5 Stelle abbiano discusso la linea di Grillo distanziandosene vivamente.
Ci sono però altri aspetti in queste affermazioni che lasciano perplessi.

martedì 24 gennaio 2012

Quieto vivere

In un commento al recente decreto sulla concorrenza, il giornalista de l'Espresso Alessandro Gilioli, sul suo frequentatissimo blog, ha sbottato, sostenendo che l'effetto del provvedimento sia stato quello di iniziarci all'odio reciproco. In particolare ha scritto:

Siamo ai taxisti contro gli operai. Ai fruttivendoli contro i camionisti. Ai giovani precari contro i cinquantenni attaccati a quell’orrendo privilegio che è un reddito. E poi donne contro uomini, lombardi contro calabresi, farmacisti contro droghieri, inquilini contro proprietari di bilocali, ovviamente italiani contro extracomunitari.
A questo ci ha portato vent’anni di mantra liberista contro i ‘lacci e i lacciuoli’, vent’anni di esaltazione acritica della ‘mano invisibile’ del mercato nella sua versione finanziaria. Ci stiamo odiando, tutti, trasformandoci per categoria o ruolo sociale in ultrà da stadio pronti a trovare qualsiasi colpevole per proiettargli addosso la nostra rabbia. Altro che ‘coesione sociale’: qui siamo allo sfilacciamento assoluto, alla maionese impazzita.

Gioco a carte scoperte: sono favorevole al provvedimento del governo, anche se credo abbia ragione Bersani (uno dei pochi che sia legittimato a parlare dell'argomento) quando afferma che si poteva fare di più. In ogni caso la vastità degli interventi previsti è superiore alle sue lenzuolate e senz'altro al vuoto cosmico del precedente governo, che non aveva oltretutto una maggioranza risicata come il Prodi II che le prime liberizzazioni fece.
Gilioli farebbe bene a non fare di tutta l'erba un fascio, mettendo insieme liberizzazioni anni Duemila, "lacci e lacciuoli" anni Ottanta e discorsi sulla "mano invisibile" del Settecento di Adamo Smith - come se tutto ciò fosse, in fondo, la stessa cosa, disciolto nel brodo di cultura della crisi finanziaria - la notte in cui tutti gli spread sono neri.

mercoledì 18 gennaio 2012

Il gran gioco delle metafore

Anch'io rilutto al paragone col Titanic, soprattutto perché il Titanic è svaporato fino a diventare una grandiosa metafora, e invece le tragedie, anche quelle assurde in una tinozza, devono restare attaccate almeno per un po' alla realtà, al buio, all'acqua gelata, ai morti e i feriti e gli spaventati, ai bambini turisti e a quelli dell'arcipelago toscano, alle suore e ai mezzi marinai pakistani. Quando si è così a mal partito, tutto fa da metafora.

Ecco, finalmente qualcuno l'ha detto. 
Non sono ancora finite le operazioni di ricerca sulla Costa Concordia, non abbiamo ancora una lista completa e autentica dei dispersi, i morti e la stessa nave non sono ancora stati traslati e già è in corso il processo di traslazione della metafora.
In effetti è un'occasione troppo ghiotta. È fin troppo semplice rimanere irretiti dalla metaforica possibile inclusa nell'immagine di una nave senza un vero nocchiero che naufraga.
Non erano ancora cominciate le esplosioni per entrare nel capodoglio spiaggiato che già questo era diventato un simbolo di e una metafora per. Schettino come Berlusconi no la nave come l'Italia in crisi e a chi lo facciamo fare Monti e la nave che si chiama Concordia non è un'immagine? E l'Italia dei capitani pavidi e quella dei capitani coraggiosi e la lotta tre bene e male sotto forma di italiani buoni con le coperte in mano e italiani cattivi che vogliono salutare l'isola e no è una metafora dell'Europa e perché non dell'Occidente o del pianeta Terra dove lo mettiamo il rischio di disastro ambientale, non è segno del disastro della nostra società? E quale sarà la nostra scialuppa? E poi non mi direte che "Isola del Giglio" non contiene qualche rapporto col nostro tempo?
Il tempo? C'è un tempo per ogni cosa. Per ora non dovremmo nemmeno sollevarci oltre quella lingua di mare, oltre quei  nomi che non hanno ancora un volto (o un corpo) al sicuro.
L'irrispettoso gioco delle metafore che sta facendo il suo corso rappresenta, a sua volta, una delle metafore più floride della nostra cultura: il naufragio con spettatore. Noi che tanto siamo fuor del pelago.



domenica 15 gennaio 2012

"Erano stranieri"

Sul modo con cui i media si occupano delle sventure, specialmente in Italia, si è scritto e si scriverà ancora molto. Qualcosa c'è anche in questo piccolo blog.
Sul sensazionalismo, la mancanza di pietas, la maniera pruriginosa di trattare i dettagli, il "Lei cos'ha provato?" continueremo a ripeterci.
C'è però un'osservazione ulteriore che si può fare e che non ho ancora visto in giro. Un'osservazione che coinvolge, purtroppo, anche la recente sciagura della Costa Concordia.
Riguarda una frase che spesso troviamo a commentare la trista lista di coloro che sono mancati: "Erano stranieri". 
Un'affermazione neutra, si dirà, la semplice enunciazione di un dato di fatto.  A me pare piuttosto, nei modi e nei termini in cui avviene, una sottile forma di razzismo.
È ovvio, premetto, che nel conto delle vittime e nella preoccupazione che le riguarda vi sia, per usare un'espressione forte, un certo ordine del cuore: prima le donne e i bambini, nei salvataggi, prima i cari e i prossimi, nella sollecitudine. Io stesso conosco una persona che si trovava sulla nave incagliatasi presso l'Isola del Giglio, una persona che vi lavorava, che mi dicono sia salva e illesa, benché in preda a un grande choc. È naturale che si sia pensato prima di tutto a come stesse lei.
Altra cosa, credo, è redigere una priorità tra i caduti a seconda della nazionalità. 
In fondo aiuta a capire se tra i morti c'è qualcuno che conosciamo, si obietterà. Sì: come se tra i nostri cari non ci potessero essere che italiani.
È così che all'ordine del cuore si sovrappone e si sostituisce l'ordine dell'origine (non dico "del sangue", non arrivo a tanto: benché recentemente si sia notato con acume come la prima nata in Italia nel 2012, pur essendo per ciò stesso italiana, sia stata qualificata dai giornali come "straniera" a causa della provenienza dei suoi genitori). Insomma quel che conta, ancora nel 2012, è in fondo che uno sia del tuo paese o meno.
I tre morti nel mar Tirreno (sperando che non aumentino) erano due turisti francesi e un marinaio peruviano. Ora, non è perché ho sia amici francesi che peruviani che la cosa mi turba. Benché questo possa dare un riempimento all'esperienza emotiva del lutto, al travaglio dell'empatia e dell'immaginazione.
È perché sono esseri umani che dovremmo piangerli.
In quell'"erano stranieri" forte è l'impressione che, tra verbo e soggetto, sia introdotto nel silenzio l'avverbio "solo". Che si tiri un malcelato sospiro di sollievo all'idea che la provenienza non stabilisca un ammanco sulla lista dei concittadini. 
Poi, ovviamente, ci sono stranieri e stranieri. Il nostro mare è un cimitero di uomini e donne che cercavano perigliosamente di salvarsi, e che giacciono ancora  nelle sue profondità, senza nessuno che si preoccupi di riportare a galla i loro corpi. Ma non sono turisti - di cui, pure, ci occupiamo col sollievo di sapere che non sono poi italiani.
Sembra che a non far distinzioni ci sia solo la violenza del mare.